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È già un grosso risultato, quindi, visti i precedenti.
Assolutamente sì. Le dico questo per spiegarle che questo tipo di chirurgia si affina molto, cioè diventa tecnicamente più fattibile e concretamente più realizzabile, quanto maggiore è il numero dei pazienti che vengono osservati. Inoltre non si può negare che questi risultati dipendono tantissimo, anche dall’apporto e dal supporto della tecnologia.
Parlando di supporto farmacologico; quanto è migliorato l’esito dei vostri interventi grazie ai farmaci?
A mio modo di vedere, i risultati della chirurgia, intesa anche come riduzione di morbilità, cioè di complicanze post operatorie, che possono sorgere dopo interventi di questo tipo, sono migliorati anche in virtù di alcuni farmaci. Fra questi in particolare direi l’uso della SOMATOSTATINA, che ha inciso, secondo me, per una buona percentuale, non tanto, nell’impedire lo sviluppo delle complicanze, ma nel ridurne la gravità. La mortalità di cui parlavo prima, stimata intorno al 25-30% dei casi, era molto legata alle complicanze post operatorie, che non potevano essere dominate così come lo sono adesso. Nella chemioterapia, per esempio, la Cencitapina, è un farmaco che ha assolutamente cambiato la qualità della vita di chi è stato colpito dal tumore del pancreas.
Ognuno di voi si specializza nella sua branca, ed ognuno di voi ha una sua tecnica operatoria. Il vostro Reparto è definito “di eccellenza” anche per il tipo di intervento che voi effettuate, qual è il suo?
Questo è assolutamente vero. Vede, l’affinarsi delle tecniche, l’aumento di interesse culturale, scientifico, e clinico per una patologia, si traduce sempre in un interesse clinico per i pazienti, quindi per l’uomo. L’intervento non deve solamente estirpare il tumore, ma deve poi ricostruire, e restituire, fisiologicamente parlando, la migliore vita possibile ai pazienti. E così, ciascuno di noi ha finito per proporre, inventare e predisporre nuove modalità di ricostruzione. Nel caso della chirurgia del pancreas, è particolarmente importante, perché è l’intervento chirurgico forse più complesso, perché demolisce molte strutture ed organi, che vanno ricostruiti perché indispensabili per l’apparato digestivo. La modalità che noi abbiamo messo a punto è una tecnica personale, che consente, dopo l’asportazione, una ricostruzione del transito intestinale, della via digestiva, della via biliare e pancreatica. La nostra modalità tecnica è pubblicata nelle riviste scientifiche ormai come nostra, e la sua caratteristica consiste nell’utilizzare, invece che una sola ansa intestinale nel ricostruire lo stomaco, il pancreas, la via biliare e l’intestino, due anse, e questo per motivi di ordine, non solamente tecnico, ma anche e soprattutto fisiopatologico.
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